Rettifiche: VINCITORI – Graduatorie P.V. bando 30/12/2022

24/05/2024

AGGIORNAMENTO DEL 09/07/2024

 




03/07 AGGIORNAMENTO!!! – Perché l’approvazione della ripartizione e destinazione delle risorse decentrate del personale non dirigenziale per l’anno 2024 (Fondo 2024, ex F.E.S.), non giunge a termine in Delegazione Trattante.

IMPORTANTE

AGGIORNAMENTO DEL 03/07/2024: Nota redatta dalle OO.SS. a seguito D.T. del 01/07/2024.


INFORMAZIONE SINDACALE
27/06/2024

Perché l’approvazione della ripartizione e destinazione delle risorse decentrate del personale non dirigenziale per l’anno 2024 (Fondo 2024, ex F.E.S.), non giunge a termine in Delegazione Trattante.

Si reputa utile informare i colleghi di quanto sopra indicato.

Lunedì 1 Luglio 2024 avrà luogo la quarta seduta in relazione all’oggetto.

È d’uopo far presente che l’approvazione del Fondo è determinante ai fini di rendere concretamente attivi tutti gli istituti previsti nel nuovo C.C.D.I. (parte normativa – CLICCA QUI per scaricarlo).

L’accordo, infatti, stenta ad essere raggiunto in relazione a quanto inerente alle somme da prevedere per le nuove posizioni di E.Q. (ex P.O.).

Questa Amministrazione ha già a propria disposizione somme storicizzate, nella parte stabile del bilancio dell’Ente, destinate alle E.Q., pari a circa 105 mila euro ed euro 21 mila nella parte stabile del Fondo dei dipendenti, ma eccepisce che, dovendo avviare n. 18 E.Q., per la durata contrattuale di almeno un anno reale (indicativamente 01/07/2024-30/06/2025), la cifra non risulti sufficiente.

Poiché si parla di Fondo 2024 (nonché Bilancio 2024), sembra logico intendere che vada discusso ciò che faccia parte di questo Fondo e non già di importi per gli anni a venire, che saranno oggetto di trattazione a tempo e luogo opportuni.

L’Amministrazione contrappone l’argomentazione che il contratto alle nuove E.Q. non possa essere stilato per la durata di un semestre (affermazione corretta) ma per almeno un anno (quindi non con scadenza al 31/12/2024) e da qui nasce l’impasse.

La richiesta che viene avanzata, dalla parte datoriale alle compagini sindacali, è quella di storicizzare somme per un totale di circa € 246 mila/annui per l’intera valenza del nuovo C.C.D.I.: questa la cifra dichiarata necessaria per “coprire” un anno contrattuale della totalità delle E.Q. sinora previste.

Quindi non 126 (105+21) ma 246 mila euro (“a cavallo” tra due anni, ma da detrarre interamente sin dal Fondo 2024 e così per ogni anno successivo).

Ciò comporterebbe l’attingere al Fondo dei lavoratori (che, va ricordato, genera l’erogazione delle somme inerenti alla produttività annuale di ognuno), impegnando somme che verrebbero detratte dalla disponibilità dei dipendenti in maniera pregiudizievole per gli anni a venire.

Le OO.SS. sono fermamente contrarie a questa operazione, affermando che, se l’Amministrazione vuole procedere in tal senso, lo faccia rimpinguando il Fondo con proprie risorse, oltre le somme già a disposizione e non erodendo ulteriormente il Fondo dei lavoratori.

La cautela che le OO.SS. stanno attuando è ovviamente funzionale alla salvaguardia del denaro dei dipendenti.

Le E.Q. attengono all’Organizzazione lavorativa dell’Ente, che resta competenza ed onere della parte datoriale e non può certo essere a totale gravame dei lavoratori.

 

R.S.U. FP CGIL Città Metropolitana di Catania

Maurizio Guarnaccia

 




Settimana corta, la vogliono 8 italiani su 10: qual è il motivo

Fonte: adnkronos.com

Secondo l’indagine la vogliono per ottimizzare tempo personale. Più di 7 intervistati su 10 ritengono di avere tutti i dispositivi necessari per svolgere il proprio lavoro da casa

Il mondo del lavoro è in costante evoluzione, e la possibile introduzione della settimana corta dopo l’affermazione ormai consolidata dello smart working, possono essere strumenti di salvaguardia del benessere dei lavoratori così come dell’ambiente. Una nuova indagine realizzata per Pulsee luce & gas, brand digitale di Axpo Italia, dalla società NielsenIQ, ha portato in luce i punti di vista su questo importante aspetto di un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Dal rapporto emerge che 1 intervistato su 3 lavora in modalità full remote o ibrida. Lo smart working è mediamente concesso per il 37% delle ore totali di lavoro (uno o due giorni, su cinque). Complessivamente, il 49% del campione preferisce il lavoro agile, mentre il 42% l’ufficio.

Tra i lati positivi del lavoro da casa figurano principalmente la riduzione dei tempi di spostamento per raggiungere il luogo di lavoro (77%), che in media ammonta a 41 minuti, e dei costi (72%), che ammonta a circa 124 euro al mese tra viaggi e pranzi di lavoro) insieme a una migliore gestione del work-life balance (64%). I maggiori rischi percepiti, invece, sono l’isolamento sociale (59%) (specie al Nord Ovest), la sedentarietà (58%) e la difficoltà a separare lavoro e vita privata (44%).

L’espansione dello smart working risulta particolarmente compatibile con professioni che non necessitano di troppi strumenti e materiali. Infatti, più di 7 intervistati su 10 ritengono di avere tutti i dispositivi necessari per svolgere il proprio lavoro da casa. Tuttavia, solo il 26% dichiara di avere una seduta ergonomica, il valore scende al 14% nel caso del piano di lavoro ad altezza regolabile e all’11% per i poggiapiedi.

Lavorare da remoto può voler dire ottimizzare il tempo per dedicarsi ad attività domestiche: l’89% del campione afferma infatti di approfittare delle pause per svolgere attività collaterali. Tra le più diffuse vi sono cucinare (66%), occuparsi delle faccende domestiche (45%), della lavatrice (44%) e guardare la televisione (29%).

La comodità di lavorare da casa ha anche un possibile risvolto della medaglia che riguarda proprio i consumi energetici: il 49% degli intervistati ritiene che con questa nuova modalità lavorativa i suoi consumi siano aumentati con conseguenze sulle bollette. Gli italiani si sono però subito attivati per porre rimedio a questo possibile costo maggiore e le principali contromisure dichiarate sono l’illuminazione, con l’utilizzo di lampadine a basso consumo (59%), il maggiore ricorso alla luce naturale (per il 58%), cui si uniscono alcune accortezze di risparmio energetico. Dallo spegnimento del pc con distacco dall’alimentatore quando non è impiegato (44%), all’ottimizzazione nell’uso di climatizzatori e di riscaldamento (42%).

L’indagine offre spunti di riflessione anche sull’impatto sociale della settimana corta (quattro giorni di lavoro a settimana) voluta dall’80% degli intervistati. Circa la metà del campione (48%) dichiara di avere figli. Nella maggior parte dei casi (66%) sono gestiti in autonomia o con l’aiuto dei nonni (24%), solo l’11% si affida a figure esterne come baby-sitter o altre figure professionali, con una spesa media mensile di 115€. Tre intervistati su quattro ritengono che la settimana corta possa generare benefici, dando la possibilità di gestire con maggiore autonomia i propri figli. Tra le iniziative di welfare aziendale evidenziate dai lavoratori, le più comuni sono benefit di tipo economico, come l’assegno familiare (40% del campione), o di tempo retribuito, sotto forma di giorni di paternità e di permessi (34%).

Per quanto riguarda invece la cura di familiari anziani o con disabilità, il 35% degli italiani afferma di occuparsene da solo, contro il 65% che ricorre a un aiuto esterno. In particolare, chi riceve supporto conta su altri familiari (42%), mentre il 34% si rivolge a badanti, case di riposo o altre forme di sostegno, con una spesa di circa 540 euro al mese. Per l’85% degli intervistati ‘caregiver’ la settimana corta offre l’opportunità di curare i propri familiari con maggiore autonomia. Il bonus più offerto dalle aziende in questo ambito è la flessibilità (37%), seguita da ore di permesso (22%) e supporto psicologico (14%).

Per la cura domestica, solo il 13% del campione afferma di doversi rivolgere a professionisti, spendendo, in media, 107 euro al mese. Anche in questo caso la settimana corta viene percepita come un valido supporto, come dichiara l’80% degli intervistati. Avere un giorno libero in più, inoltre, permetterebbe di dedicare maggiore tempo al benessere personale, soprattutto per svolgere l’attività fisica (62%), ma anche fare gite e viaggi (54%).

Il desiderio di adottare la settimana corta coinvolge 4 intervistati su 5, con il 50% che si definisce ‘molto interessato’. Per ottenere questo beneficio, i compromessi che i lavoratori sono più propensi ad accettare sono una maggiore flessibilità sull’orario di lavoro durante la settimana lavorativa (52%), un aumento della produttività durante i giorni lavorativi (47%) e un minor numero di pause (45%). Soltanto il 10% sarebbe disposto ad una leggera riduzione dello stipendio.

La settimana corta viene vista positivamente come modalità per accrescere l’equilibrio tra lavoro e vita privata (72% del campione), la soddisfazione personale (63%) e il tempo di qualità da dedicare alla famiglia e agli amici. Tra gli aspetti critici sono invece elencati l’aumento del carico di attività durante i giorni lavorativi (51%), la maggior pressione e stress associato al raggiungimento degli obiettivi (37%) e i problemi di coordinamento (27%).

Smart working e settimana lavorativa corta sono percepiti quindi come strumenti utili per migliorare la qualità della vita dei lavoratori italiani, con benefici per la gestione della famiglia, la cura degli anziani e la salute.

Fonte: adnkronos.com